Invidio

Invidio l’aria che ti sta intorno
Che ingoia i tuoi silenzi
Trattiene i tuoi sospiri
E li vomita su narici poco attente
Invidio il sole che ti scalda
Che non ha pudore nel farlo
Mentre ruba pelle bianca
E la rende indietro come fosse notte
Invidio la luna che ti addormenta
Che si finge tua intima confidente
Quando strappa a te speranze
E sogni che non saprò mai coltivare

Invidio le stelle che ti seguono in ogni cielo
Che ti vogliono cometa
Di una notte la più accesa
Invidio il tempo che ti si concede
E non conosce clessidra migliore
Per farsi distruggere.
Invidio te che non ti conosci
Che puoi così fuggire la bellezza
Che dentro ti porti.
Non so fare nient’altro
Se non invidiarti
Nel tuo splendore che muore.

Dalle mie ginocchia invidiarti è facile.
Guardo e non ne so niente.

Ma io volevo vivere anche per me, nel presente. M’assaliva di tratto in tratto l’idea di quella mia libertà sconfinata, unica, e provavo una felicità improvvisa, così forte, che quasi mi ci smarrivo in un beato stupore; me la sentivo entrar nel petto con un respiro lunghissimo e largo, che mi sollevava tutto lo spirito. Solo! solo! solo! padrone di me! senza dover far conto di nulla a nessuno! Ecco, potevo andare dove mi pareva: a Venezia? a Venezia! a Firenze? a Firenze!; e quella mia felicità mi seguiva dovunque. Ah, ricordo un tramonto, a Torino, nei primi mesi di quella mia nuova vita, sul Lungo Po, presso al ponte che ritiene per una pescaja l’impeto delle acque che vi fremono irose: l’aria era d’una trasparenza meravigliosa; tutte le cose in ombra parevano smaltate in quella limpidezza; e io, guardavo, mi sentii così ebro della mia libertà, che temetti quasi d’impazzire, di non potervi resistere a lungo.

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